Recensione: Fear Effect Sedna

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Grande

Fear Effect Sedna

La narrazione è cinematografica e sono molti gli elementi che concorrono nel rendere questa operazione efficace.

Dopo ben diciannove anni dalla sua prima apparizione, torna sulle console di attuale generazione la serie Fear Effect, con un terzo capitolo denominato Fear Effect Sedna.  La prima cosa che colpisce di questa nuova iterazione della saga è sicuramente la direzione artistica in grado di dipingere un mondo distopico e dalle fortissime tinte noir. Anche il design dei personaggi risulta molto affascinante e porta quasi “in vita”, dei veri e propri anti-eroi senza una morale specifica, ma che si muovono e agiscono su scale di grigi a causa dei loro pesanti trascorsi passati, che incidono e non poco sulle scelte che fanno nel presente. Il cel shading, che sorregge l’intero impianto tecnico del titolo, risulta veramente accattivante e riesce a donare alle ambientazioni spiccatamente Cyberpunk una profondità non indifferente, pur sacrificando una discreta dose di dettagli su schermo. La storia messa in piedi dagli sceneggiatori del team di sviluppo si evolve in maniera costante anche durante il gameplay, non rimanendo quindi, confinata alle sole scene d’intermezzo. Il gameplay invece, si presenta piuttosto impegnativo pur senza mai risultare frustrante, il giocatore infatti si ritroverà a dover gestire e coordinare le azioni di un party di ben quattro personaggi contemporaneamente.

Fear Effect Sedna: non è soltanto nostalgia

Fear Effect Sedna

Il sovrannaturale è meno sensazionale, più tollerabile, dal punto di vista della sospensione dell’incredulità, e più funzionale.

Le armi principali dei protagonisti avranno munizioni illimitate mentre le abilità speciali di ciascun personaggio, avranno ovviamente, un uso limitato anche se sarà possibile ripristinarlo tramite il recupero di specifici oggetti sparsi nei meandri dei vari livelli, o in alternativa rovistando nei cadaveri dei nemici abbattuti. Accovacciandosi, sarà inoltre possibile visualizzare il campo visivo dei nemici, le guardie avranno una semplice visuale a “cono” mentre i droni potranno vedere a 360° gradi. Durante gli scontri a fuoco, sarà inoltre possibile usare una comodissima pausa tattica, che vi permetterà di impartire ordini ai vari membri del team in tutta calma. Nonostante ogni personaggio possa contare su abilità uniche, adottare sempre un approccio basato sui fucili spianati, potrebbe non essere sempre la scelta più saggia considerando che ogni singolo nemico, è capace di infliggere un considerevole numero di danni. Pertanto prima di considerare un attacco diretto come prima opzione, meglio sfoltire un po’ il  soverchiante numero di nemici, se possibile con un approccio stealth. Il gioco tuttavia non è fatto di soli scontri a fuoco, ma vi sono anche degli enigmi ambientali sparsi qua e là che si alternano a delle sessioni dove è richiesta la cooperazione fra i personaggi. Non convincono molto invece, gli scontri corpo a corpo, che risultano a tratti eccessivamente punitivi; altro punto a non convincere a pieno è il posizionamento dei checkpoint, quest’ultimi infatti spesso risultano un po’ troppo distanti fra loro costringendo il più delle volte a ripetere, in caso di game over, lunghe sessioni di gameplay. Inspiegabile poi, l’assenza della possibilità di salvare il gioco manualmente; infatti Fear Effect Sedna adotta in questo caso una funzione di auto-salvataggio. La meccanica del “Fear Effect” si fa sentire poco nonostante sia pensata per far entrare ancora di più il giocatore in empatia con i personaggi, finisce per risultare del tutto inutile. Questa meccanica compare sotto forma di Elettroencefalogramma posto in alto a sinistra dello schermo; in pratica a seconda delle situazioni affrontate il battito cardiaco dei personaggi aumenterà per poi ritornare normale una volta eliminata l’incombente minaccia.

Fear Effect Sedna

La relazione tra Hana e Rain è gestita, diversamente dal passato, in maniera discreta ed elegante

In definitiva Fear Effect Sedna si conferma come un buon esponente della serie, rispettoso del suo passato ma allo stesso tempo moderno e accattivante quanto basta per attrarre a sé anche i giocatori più scettici. Resta un po’ di amaro in bocca per una mancata localizzazione in italiano (il gioco è infatti tutto in inglese sia nei testi dei menù che nei sottotitoli) e per l’impossibilità di salvare manualmente i progressi del gioco. Tuttavia se non avete problemi con la lingua inglese, il consiglio è quello di dargli una possibilità non ve ne pentirete.

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Grande

Nato a roma ma di sangue nordico, questo loquace individuo è sempre alla ricerca di titoli molto orientati allo storytelling, ex redattore di riviste come PS Mania e di testate come GameTime, trascorre il suo tempo libero scrivendo di tanto in tanto sulle pagine di Gamespeed Italia.
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